"Non ti ho amato per scherzo"
(Gesù ad Angela)
La storia esterna di questa donna, laica, madre, vedova e illetterata (dichiarata poi Maestra dei teologi), si riduce a poche notizie e non tutte certissime. Nasce a Foligno attorno al 1248, ventidue anni dopo la morte di san Francesco d'Assisi e, grazie ai terreni e ai palazzi posseduti dalla sua famiglia dentro e fuori le mura della città, vive la sua giovinezza in un ambiente ricco e agiato sorretta dall'affetto di una mamma che l'adora.
Non conosciamo la sua casata né il padre, per cui si può ipotizzare che sia rimasta orfana in tenera età. Lella (così è chiamata familiarmente in casa) è una ragazza bella, intelligente, volitiva e anche ricca: un cocktail esplosivo per una donna medievale, come per una donna dei nostri giorni. Lo confesserà più tardi lei stessa: ’Sappiate che per tutto il tempo della mia vita ricercai come potessi essere adorata e onorata’. Questa sete di adulazione e di ricerca incessante delle vanità della vita la allontana ben presto dalla pratica religiosa e forse anche dalla fede, e neppure il matrimonio, contratto in giovane età con un signorotto locale, e i figli che presto dà alla luce, riescono a riportarla sulla retta via. Nonostante le cattive abitudini forse troppo consolidate, Angela tuttavia riesce a trovare una ri-sposta positiva al fallimento della sua vita, grazie anche agli straordinari avvenimenti verificatisi in quegli anni a Foligno (i terribili terremoti del 1279 e del 1282, una disastrosa alluvione e la guerra con Perugia), che turbano profondamente i suoi cittadini, alcuni dei quali sentono l'impellente bisogno di una più severa condotta di vita.
Su Angela influisce in modo particolare l'esempio, davvero straordinario, di Pietro Crisci, detto Pietruccio, suo concittadino, che aveva venduto tutto il suo ingente patrimonio e lo aveva distribuito ai poveri per una vita di severa ascesi e di preghiera. Lei, che in primo tempo si era fatta beffe di lui, rimane poi molto colpita dalla sua serenità spirituale e si sente attratta ad imitarlo; dopo un periodo di vita mondana e spensierata presumibilmente nel 1285, subisce un mutamento profondo che gradualmente la porterà ad un'altissima perfezione spirituale. Profondamente attratta dall'ideale di Francesco d'Assisi, nel 1291 entra a far parte del Terz'Ordine, aiutata dai frati francescani del vicino convento e soprattutto da uno di essi, frate Arnaldo, che è anche suo cugino. È lui che ascolta la sua prima confessione, che segna l'inizio della sua nuova vita, e sarà ancora lui a guidarla nella via della perfezione e a registrare in un libro le sue visioni. ’Nella pleiade delle grandi mistiche di cui è costellata la storia della chiesa, Angela brilla di uno splendore singolare, unico per l'intensità della sua esperienza, la profondità dei suoi concetti e l'ardita vivezza della sua espressione’ (I. Colosio, La beata Angela da Foligno, mistica per antonomasia, Firenze 1965, 3) Angela muore nel 1309 confortata da numerosi discepoli per i quali, anni prima, aveva istituito un ’Cenacolo’ di vita spirituale e di azione sociale. Il suo corpo è venerato presso la chiesa di san Francesco dei frati minori conventuali a Foligno.IL LIBRO DELLA BEATA ANGELA
PARTE PRIMA: I primi venti passi
Prologo
L’esperienza di coloro che sono veramente fedeli giunge a far conoscere sperimentalmente, a penetrare, e a toccare con mano il Verbo della vita che si è incarnato, come egli stesso promette nel Vangelo: «Se uno mi ama, osserva la mia parola. Allora il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e abiteremo in lui » (Gv. 14, 23); e ancora: « A chi mi ama, mi manifesterò » (Gv. 14, 21).
A quanti gli sono fedeli Dio concede con la massima larghezza questa esperienza e la dottrina di questa esperienza. Così ha fatto recentemente con una di queste sue fedeli, concedendole, per il bene spirituale dei suoi, tale esperienza e tale dottrina. Esperienza e dottrina che, anche se in forma insufficiente, molto ridotta e mutila, viene veridicamente esposta nelle pagine che seguono. Piú avanti, nel paragrafo dove spiego come venni a conoscenza di questi fatti e cominciai a trascriverli, dirò come e perché, pur nella mia indegnità, io frate scrittore sono stato costretto da Dio stesso come credo a scrivere, e come questa fedele di Cristo da parte sua è stata quasi obbligata a parlare.
I passi
Quest’anima fedele, parlando un giorno di Dio con una sua compagna, ebbe a dire di aver contato, per averli sperimentati, trenta passi o mutamenti che l’anima compie quando si incammina nella via della penitenza. Il primo passo è la conoscenza del peccato: l’anima viene presa da un gran timore dell’inferno e piange lacrime amare. Il secondo passo è la confessione: l’anima in esso prova vergogna e amarezza, ancora non sente l’amore, ma il dolore. Al riguardo mi riferì che si era molte volte acco¬stata alla comunione avendo dei peccati nell’anima, poiché la vergogna le impediva di fare una completa confessione, e per questo notte e giorno veniva tormentata dalla coscienza. Un giorno, avendo pregato il beato Francesco che le trovasse un confessore esperto nel discernimento dei peccati, col quale potesse confessarsi bene, in quella stessa notte le apparve la figura di un vecchio frate che così le parlò: « Sorella, se me lo avessi chiesto prima, prima ti avrei accontentata. Ma ciò che chiedi ti è concesso ». L’indomani, corsi subito alla chiesa di S. Francesco. Sulla via del ritorno, trovai un frate che predicava nella chiesa di S. Feliciano, ed era il cappellano del vescovo. All’istante decisi era Dio che in quel momento agiva in me di fare a lui una confessione generale, qualora avesse l’autorizzazione del suo vescovo, oppure di chiedergli che mi conducesse dal vescovo. E feci a lui una totale confessione. Dopo avermi ascoltata, il frate disse che, se non ero contenta di lui, avrebbe riferito integralmente la mia confessione al vescovo, e aggiunse: « Ti dirò poi la penitenza che ti imporrà, benché io abbia la facoltà di assolverti senza dover ricorrere al vescovo ». Dunque, in questo passo l’anima prova ancora vergogna e non sente l’amore, ma il dolore.
Il terzo passo è la penitenza che l’anima compie per soddisfare a Dio per i propri peccati: essa si trova ancora nel dolore.
Il quarto passo la conduce alla conoscenza della mi¬sericordia di Dio: è Cristo che le ha concesso quella misericordia, fu lui a strapparla all’inferno. Ora l’anima comincia ad essere illuminata; piange e si duole piú di prima e si dà a compiere maggiori e piú aspre penitenze. Io, frate che scrivo, tengo a precisare che nei vari passi non ho raccontato la mirabile penitenza compiuta dalla fedele di Cristo, poiché l’appresi soltanto dopo aver già scritto i passi predetti. A quell’epoca non mi riferiva se non quelle cose che erano necessarie a distinguere un passo dall’altro. Personalmente, mi ero imposto di non scrivere neppure una parola di piú di quanto mi veniva dicendo; anzi fui costretto talvolta a tralasciare molte cose che non riuscivo materialmente a trascrivere.
Il quinto passo è la conoscenza di sé: l’anima, già alquanto illuminata, non vede in sé che difetti, si accusa davanti a Dio e si ritiene sicuramente degna dell’inferno. Qui trova ancora amaro pianto. S’intende che tra l’uno e l’altro di questi passi vi sono delle soste: grande è la pietà e il dolore dell’anima poiché si muove verso Dio con molta lentezza, con impaccio e pena, ed è capace soltanto di piccoli progressi. So per esperienza che in ogni passo mi fermavo e piangevo. Non mi veniva concesso di fare piú passi insieme, sebbene trovassi una certa consolazione per il fatto che in ogni passo potevo piangere ma era una consolazione amara.
Il sesto passo è una certa illuminazione della grazia per mezzo della quale mi si concedeva una profonda conoscenza di tutti i miei peccati: in questa luce vedevo di avere offeso tutte le creature che erano state create per me. Interiormente mi tornavano alla mente i peccati, come nella confessione che di essi io facevo davanti a Dio. Supplicavo allora tutte le creature, che vedevo di avere singolarmente offeso, che non mi accusassero. In quei momenti mi veniva concesso di pregare con un gran fuoco d’amore. Invocavo tutti i santi e la Vergine beata che intercedessero per me e supplicassero l’Amore, che mi aveva concesso tante grazie, affinché, vedendomi io morta mi facessero tornare viva. E mi pareva che tutte le creature e i santi provassero pietà di me.
Col settimo passo mi era concesso di contemplare la croce, nella quale vedevo il Cristo morto per noi. Ma era ancora una visione insipida, quantunque in essa io provassi gran dolore.
Ottavo passo. Mentre contemplavo la croce, mi fu data una sempre maggiore comprensione di come il Figlio di Dio era morto per i nostri peccati: cominciai a riconoscere tutti i miei peccati, provando le vette massime del dolore, e come fossi stata io a crocifiggerlo. Ma non ero ancora giunta alla piena comprensione di quale fosse il bene maggiore da me ricevuto: se l’avermi lui sottratta al peccato e all’inferno e convertita alla penitenza, oppure il fatto che Gesú fosse stato crocifisso per me. Però, da questa conoscenza della croce mi veniva un tale ardore che, stando ai piedi di essa, mi spogliai di ogni mia veste e mi offrii tutta a lui. E sebbene con tremore, pure gli promisi che avrei osservato per sempre la castità, che non lo avrei mai piú offeso con nessuna parte del mio corpo, anzi mi spinsi ad accusare alla sua presenza le mie singole membra. E lo supplicavo arden¬temente che mi facesse restare sempre fedele alla mia offerta; la castità di tutto il mio corpo e di tutti i miei sensi. Da una parte ero come timorosa di promettere, dal¬l’altra quel fuoco interiore mi costringeva a quelle pro¬messe.
Col nono passo Dio mi concesse di mettermi alla ricerca della via della croce, affinché imparassi a stare ai piedi di essa dove trovano rifugio tutti i peccatori. E venni istruita, illuminata, e mi fu mostrata la via della croce con questa ispirazione: se volevo camminare verso la croce dovevo spogliarmi di ogni cosa, per procedere piú leggera, e in questa totale nudità avviarmi verso di essa. In altre parole, avrei dovuto perdonare a tutti quelli che mi avevano offesa, avrei dovuto spogliarmi di ogni bene materiale, di ogni uomo e donna, amico e parente, di tutti, e rinunciare ad ogni mio avere e a me stessa, e mi aveva dato’ e camminare per la spinosa via della tribolazione. Da quel momento cominciai a non indossare piú i miei ve¬stiti piú belli, a semplificare le acconciature del capo, a ridurre il vitto. Ma tutto mi era amaro e penoso, poiché non sentivo ancora amore (in questo periodo vivevo con mio marito): che amarezza per me quando mi veniva lanciata un’ingiuria o fatto un torto! Tuttavia sopportavo ogni cosa pazientemente, come potevo. Avvenne poi, col permesso di Dio, che mia madre, che mi era stata di grande impedimento, morisse. A questa morte seguì quel¬la del mio sposo e dei miei figli in breve giro di tempo. Poiché avevo iniziato la via della croce e pregato Dio di essere liberata da ogni legame terreno, provai consolazione alla loro morte: pensavo che per l’avvenire, avendomi Dio concesso tali grazie, il mio cuore sarebbe rimasto sempre unito al suo e il cuore di Dio sempre unito al mio.
Passo decimo. Chiedevo a Dio che cosa potessi fare per potergli piacere di piú, e lui, nella sua bontà, piú volte mi apparve crocifisso in croce durante il sonno e la veglia. Mi diceva di guardare le sue piaghe e mi faceva vedere in modo meraviglioso come ogni cosa aveva sofferto per me; e questo avvenne molte volte. Dopo mi faceva vedere ad uno ad uno tutti i dolori che aveva patito per me, e mi diceva: « Dunque, che puoi fare per me che ti sembri bastante? ». Così molte volte mi apparve mentre ero sveglia, ma con maggiore diletto per me di quando dormivo, anche se il suo aspetto era sempre quello di un uomo carico di dolori, e mi ripeteva le parole che mi aveva detto mentre dormivo, mostrandomi dal capo ai piedi tutte le sue sofferenze. Mi faceva vedere i peli divelti dalla barba, dalle sopracciglia, i capelli strappati dal capo; mi ricordava le flagellazioni patite, indicandomele una ad una, e mi diceva: « Tutte queste cose ho sofferto per te ». Allora mi tornavano alla mente le mie colpe, ma in un modo che mi lasciava incantata dalla meraviglia, e costatavo come anche di recente lo avevo ferito coi miei peccati, e ne provavo grande dolore, e mi veniva dalle mie colpe un’afflizione piú grande di quelle fino allora provate. Mentre contemplavo la sua passione, mi ripeteva sempre la frase: « Che puoi dunque fare per me che ti sembri bastante? ». Allora piangevo molto, e le mie lagrime erano tanto infuocate che bruciavano la mia carne, così che ero costretta a trovare nell’acqua un po’ di refrigerio.
Passo undicesimo. Per le cose che ho detto, mi decisi a piú aspre penitenze. Questo passo, lunghissimo da descrivere, è pieno di cose che desterebbero meraviglia poiché vanno al di là delle forze umane: lo confermo espressamente io, frate che redigo questo scritto, e che son venuto a conoscenza, solo in un secondo momento, delle penitenze cui ella si sottoponeva.
Passo dodicesimo. Poiché capivo che non potevo sot¬topormi a una sufficiente penitenza mentre mi trovavo a vivere in mezzo al mondo, decisi di abbandonare totalmente ogni cosa per far penitenza e così giungere alla croce, come mi era stato ispirato da Dio. Da Dio infatti mi fu data, e in modo mirabile, questa ispirazione. Avevo cominciato a desiderare con tutto il cuore di farmi po¬vera, e nel mio scrupolo mi trovavo spesso a pensare con timore che la morte poteva cogliermi prima che lo fossi diventata; contemporaneamente ero assalita da varie tentazioni: mi vedevo giovane e pensavo che il mendicare mi poteva essere di gran pericolo e vergogna, che sarei potuta morire di fame, freddo e nudità; e così tutti mi dissuadevano. Ma ecco che per la misericordia di Dio la mia anima fu improvvisamente illuminata a tal punto che in cuore mi nacque una tale fermezza che allora non credetti, né oggi credo, di poter mai perdere per l’avvenire. In questa luce, dunque, disposi e decisi che se mi dovesse succedere di dover morire di fame, nudità e vergogna secondo quello che era o poteva essere la volontà di Dio queste tali cose non mi avrebbero fatto recedere dal mio proposito, anche se fossi stata certa che mi sarebbero accaduti tutti quei mali. Alla fine, se dovevano accadermi, sarei morta lieta nella volontà di Dio. E da quell’istante dissi veramente il mio sì.
Tredicesimo. Entrai nel dolore della Madre di Cristo e di san Giovanni e li pregai che mi ottenessero un segno sicuro: che avrei avuto sempre presente nella mia me¬moria la passione di Cristo. Ancora una volta mi apparve la stessa visione, poiché nel sonno mi fu mostrato il cuore di Cristo e mi fu detto: « In questo cuore non c’è menzogna, in esso tutto è vero ». E mi pareva che queste parole mi venissero dette perché mi ero fatta quasi beffa di un certo predicatore.
Quattordicesimo. Mentre durante la notte stavo in preghiera, Cristo mi si mostrò sulla croce, piú luminoso del solito, cioè mi comunicò una piú chiara conoscenza di sé. Mi chiamò vicino a sé e mi invitò a porre le labbra sulla piaga del suo costato. Mi pareva di vedere e bere il suo sangue che sgorgava vivo dalla ferita, e in quell’attimo egli mi fece capire che così mi faceva pura. Allora cominciai a provare una grande gioia, quantunque fossi triste per la considerazione della sua passione, e lo scongiurai che mi facesse versare tutto il mio sangue per amor suo, come lui aveva fatto per me. Così mi offersi tutta al suo amore. Volevo che tutte le mie membra patissero la morte, una morte diversa dalla sua, ancora piú umiliante. E imploravo e scongiuravo che, se avessi potuto trovare chi mi uccidesse purché mi venisse concesso di morire per la sua fede o il suo amore mi venisse concessa la grazia che, diversamente da Cristo che era stato cro¬cifisso sul legno, io lo fossi su una roccia o in un luogo piú misero e sordido. Non mi sentivo degna di morire della stessa morte dei santi, per questo gli chiedevo che mi facesse morire in maniera piú infame e con una morte piú lunga; ma non riuscivo ad immaginare una morte abietta come quella che desideravo e soffrivo di non riuscire a trovare una morte tanto vile, che in nulla assomigliasse a quella dei santi, di cui mi sentivo del tutto indegna.
Quindicesimo passo. Penetravo nell’anima di san Giovanni e della Madre di Dio, meditando il loro dolore, e chiedevo senza posa che mi ottenessero la grazia di poter provare sempre il dolore della passione di Cristo o almeno il loro stesso dolore. Ed essi me l’ottennero allora e me l’ottengono ancora. San Giovanni questo successe una volta sola mi fece avere un dolore tale, che è tra i massimi che io abbia mai provato: compresi che egli, per la passione e la morte di Cristo e per il dolore della Madre di Cristo, deve aver sofferto un dolore così grande, da superare il martirio stesso. Da allora mi fu dato un tale desiderio di spogliarmi di ogni avere con tale volontà che, quantunque venissi avversata e tentata dal demonio a non farlo, e quantunque mi fosse proibito dai frati e da te stesso e da tutti quelli cui chiedevo consiglio, non avrei potuto non farlo per qualunque bene o male avessi potuto riceverne. E se non avessi donato tutto ai poveri, in quel momento avrei dato via ogni mio avere, poiché mi pareva impossibile ch’io potessi trattenere qualcosa per me senza commettere una grave colpa. Tuttavia la mia anima viveva nell’amarezza per i peccati, e non sapevo ancora se quel che facevo fosse accetto a Dio, ma gridavo piangendo amaramente: « Signore, anche se sono dannata, continuerò almeno a fare penitenza. Mi priverò di tutto e ti servirò », poiché in quel tempo vivevo ancora nell’amarezza per i peccati, e non provavo la dolcezza divina.
Sedicesimo passo. In tal modo fui liberata da questo mio stato. Una volta mi recai in chiesa e pregai Dio che mi facesse qualche grazia; mentre pregavo egli pose nel mio cuore il Pater noster con tanta chiara comprensione della bontà sua e della mia indegnità che ogni singola parola era illustrata nel mio cuore; recitavo quel Pater noster lentamente e con piena cognizione di me. Pur piangendo per la mia indegnità e per i miei peccati, che in quella preghiera mi si rivelavano, provavo un'indicibile consolazione. Cominciavo a gustare qualcosa delle gioie celesti, poiché in quella preghiera, piú che in alcun’altra, mi si rivelava con grande chiarezza tutta la bontà divina, e ancor oggi ciò mi succede. Ma poiché mi furono mostrati in quel Pater noster i miei peccati e la mia indegnità, fui presa da vergogna, e non osavo nemmeno alzare gli occhi. Allora chiesi alla Vergine che mi ottenesse lei il perdono dei miei peccati. Tuttavia, continuavo a rimanere nel¬l’amarezza, a causa dei miei peccati. In ogni passo mi soffermavo lungo tempo, prima di passare al successivo; piú in alcuni, in altri meno. Questa fedele perciò in tutto il suo stupore esclamava: «Oh, attraverso quali stenti l’anima progredisce! Nulla è scritto qui, tanto forti sono le pastoie che ha ai piedi e tanto perverso è l’aiuto che riceve dal mondo e dal demonio! ».
Diciassettesimo. Dopo il passo precedente ebbi la di¬mostrazione che la Vergine mi aveva ottenuto la grazia: mi fu data infatti una fede mai prima posseduta. Al paragone la fede avuta finora mi pareva una cosa morta e le mie lagrime passate quasi frutto di violenza. Da questo momento soffersi davvero la realtà della passione di Cristo e il dolore della Madre di Cristo: allora, qualunque cosa facessi, per quanto grande, mi pareva poca cosa, e anelavo a una piú grande penitenza. Mi seppellii così nella passione di Cristo e mi fu data la speranza che in essa avrei trovato la mia libertà. Incominciai a provare consolazione durante il sonno: mi venivano meravigliosi sogni e grande consolazione me ne giungeva. E cominciai a sentire una costante dolcezza nell’intimo dell’anima al pensiero di Dio, nella veglia e nel sonno. Ma poiché non possedevo ancora la certezza, alla consolazione si mescolava l’amarezza e volevo rice¬vere altri doni da Dio. Dei molti sogni e visioni me ne riferì una dicendomi: Una volta, mentre me ne stavo chiusa in un carcere in cui mi ero segregata per rendere piú dura la mia Quaresima, mentre ero assorta in amorosa meditazione su una parola del Vangelo, parola di grandissima pietà e di grandissimo amore, avevo con me il messale. Bruciavo dalla sete di poter vedere almeno quella parola scritta, però mi trattenevo e dominavo per timore di superbia, poiché mi ero imposta di non aprire quel libro con le mie mani, dato che eccessiva era la mia sete e il mio desiderio. Fui vinta allora da una specie di sonno e mi assopii in quel desiderio: e subito fui rapita in una visione, e ascoltai una voce che mi diceva che l’intelligenza dell’epistola era cosa sì sublime che se uno la comprendesse, dimenticherebbe ogni cosa terrena. Chi mi conduceva mi disse: « Vuoi fare esperienza di quanto ti dico? ». Io dissi di si, e poiché ero assetata dal desiderio di fare quell’esperienza, egli mi condusse subito a farla. Cominciavo a penetrare con tale gioia i beni divini che subito dimenticai ogni cosa terrena. Poi colui che mi guidava aggiunse che l’intelligenza del Vangelo era cosa talmente piú alta che se uno lo comprendesse, non solo si dimenticherebbe di ogni cosa terrena, ma anche totalmente di se stesso. E ancora una volta mi fece da guida e mi condusse a farne esperienza: subito cominciai a penetrare con tale gioia i beni divini che fui dimentica non solo di ogni cosa terrena, ma arrivai a dimenticarmi completamente di me. Provavo una tale ebbrezza divina che chiesi a colui che mi guidava di non farmi più uscire da quello stato. Mi rispose che ciò che chiedevo non poteva ancora essere concesso; e subito mi fece rientrare in me e apersi gli occhi. Provavo un’incontenibile felicità di quelle cose che avevo visto, ma soffrivo molto per averle perdute e ancora oggi, il solo ricordo è fonte di gran diletto. Da quel giorno rimasero stabilmente in me tanta certezza e tanta luce e amore per Dio, che andavo ripetendo, perfettamente convinta, che nulla si predica del diletto di Dio: quanti ne predicano non possono di esso predicare, e non com¬prendono le cose di cui predicano. Questo mi disse colui che mi era stato di guida nella visione.
Il sentimento di Dio
Diciottesimo. Dopo di ciò ebbi il sentimento di Dio: provavo tale dolcezza nella preghiera da dimenticarmi di prendere cibo; avrei voluto non dover piú mangiare per poter rimanere sempre assorta nell’orazione. Si insinuava qui una sorta di tentazione che mi spingeva a non mangiare o a mangiare pochissimo; ma riconobbi che si trattava di un inganno. Era così grande il fuoco dell’amore di Dio che mi stava nel cuore, che non mi stancavo di stare in ginocchio e sopportavo ogni altro tipo di mortificazione. In seguito pervenni a un fuoco tanto piú ardente che, solo a udir parlare di Dio, gridavo. E se uno mi avesse minacciato con una scure, pronto ad uccidermi, non mi sarei potuta sottrarre. Questo mi accadde la prima volta quando vendetti il mio cascinale era la piú bella proprietà che avevo per distribuirne il ricavato ai poveri. Prima di allora mi facevo beffe di Pietruccio, ma dopo questo fatto non mi fu piú possibile farlo. Anzi, quando certe persone cominciarono a dire in giro che ero certamente un’indemoniata, per il fatto che non riuscivo a trattenermi da quegli urli, ne provavo grande vergogna e ammettevo che dovevo essere senza dubbio malata e indemoniata; e non potevo soddisfare quanti sparlavano di me. Se mi capitava di posare gli occhi su qualche quadro raffigurante la passione di Cristo, non riuscivo a sostenerne la vista; mi assaliva allora una febbre improvvisa e cadevo malata. Per questo la mia compagna mi nascondeva tali pitture sulla passione e faceva di tutto perché non le vedessi.
Diciannovesimo. Dopo la trascrizione da te latta, dopo l’illuminazione e il conforto ch’io provai recitando il Pater noster, ebbi la mia prima grande esperienza della dolcezza di Dio. Tutto avvenne così. Dapprima mi venne come un’ispirazione, e fui subito attratta a considerare la felicità che si prova contemplando l’umanità e la divinità di Cristo: sperimentai una tale consolazione che per quasi tutto quel giorno rimasi in piedi nella cella dove mi ero segregata volontariamente a pregare, tutta sola e raccolta, e il mio cuore era in quel gaudio. Poi venni meno e persi la parola. La compagna allora accorse e pensava ch’io stessi morendo; ma la sua presenza m’infastidiva, poiché mi turbava in quel momento di estrema consolazione. Una volta, prima che ella avesse portato a termine la distribuzione di tutti i suoi beni ai poveri (le era rimasto ormai ben poco da dare), di sera mentre stava pregando si rammaricava di non sentire Dio e lo invocava e lo chiamava lamentandosi con queste parole: « Signore, quanto io faccio non è che per trovarti. Ti troverò quando tutto sarà compiuto? ». E altre cose diceva in quella preghiera. A un dato momento le fu chiesto: « Che vuoi? ». E lei: « Non voglio oro, né argento, e se mi donassi il mondo intero, non vorrei che Te ». Egli così rispose: « Affrettati, perché subito, quando avrai compiuto ogni cosa, tutta la Trinità verrà in te ». Molte altre cose egli allora mi promise, e mi trasse fuori da ogni tribolazione, e mi rimandò con l’anima colma di ogni dolcezza. Da quel momento cominciai ad aspettare che si adempisse quanto mi aveva detto. Riferii tutto alla mia compagna che era assai perplessa per le cose straordinarie che mi erano state dette e per tutte quelle promesse. Ma Dio mi aveva rimandata con l’anima colma di divina dolcezza. Si noti come Dio compì le promesse latte, prima che Angela avesse finito di portare a termine i suoi voti.
Ventesimo. Dopo questi fatti mi recai nella chiesa di S. Francesco ad Assisi, e in quest’occasione, lungo il cammino, fu adempiuta la promessa. Non ricordo se avessi già terminato di distribuire ogni mio avere; certamente non avevo ancora finito di dar tutto ai poveri. Tuttavia restava poco, ché dovevo attendere una persona che si era recata nel regno delle Puglie per dividere col fratello il suo patrimonio: mi aveva appunto detto, questa persona, che sarebbe presto ritornata per donare tutta la quota dei suoi beni ai poveri e fare insieme con me il passo della donazione totale. Poiché quella persona era stata convertita e fortificata dalla grazia di Dio per mezzo delle mie parole, avevo deciso di attenderne il ritorno. Ma mi venne riferito, dopo qualche tempo, che quell’uomo era morto lungo il viaggio, e seppi anche che la sua tomba era tenuta in grande venerazione e persino che Dio, per intercessione di quell’anima, vi aveva compiuto dei miracoli.
Il viaggio ad Assisi della beata Angela.
Erano trascorsi sei anni da quando si era convertita da una vita, a dir poco, vanitosa e mondana, a quella, che ora viveva, di penitenza e volontaria povertà.
In questo tempo aveva camminato senza sosta nella via della perfezione da quando era iniziata la sua vita nuova. Pietra su pietra, passo dopo passo (ne aveva contati già diciotto), si era avventurata in un cammino all’inizio inceppato e penoso, ma poi sempre più spedito, con momenti di smantellamento e di ricostruzione, di morte e di vi-ta, ma ricco anche di straordinari interventi divini.
Qualche giorno prima della solennità del Santo di Assisi (4 ottobre 1291), si mette in viaggio di buon mattino accompagnata da un gruppetto di persone pie, da lei scelte, tra le quali la sua fedele compagna Masazuola e un uomo di Foligno, convertito da lei ad una vita di penitenza e di povertà.
Angela si reca ad Assisi con uno scopo ben preciso; vuole pregare san Francesco perché interceda per lei presso Dio per ottenere “di poter sentire Cristo, di poter osservare perfettamente la regola francescana, recentemente promessa, e di saper vivere e morire da povera” (Edizione Critica del LIBER, III, 17-21).
La strada tra Foligno e Assisi, passando per Spello è di soli 17 km e neppure faticosa, ma quel giorno appare interminabile, perché la pellegrina si attarda a conversare con qualcosa di invisibile che puntigliosamente le impedisce di avanzare. I suoi compagni faticano ad aspettarla soffrendo per il suo spossatezza.
Dopo qualche ora di cammino incontrano una chiesetta dedicata alla SS. Trinità, che si eleva su un piccolo poggio situato alla confluenza delle strade per Perugia e per Assisi. E’ questo il luogo scelto da Dio per realizzare la promessa fatta ad Angela qualche giorno prima.
Subito una voce dolce come una brezza, ma forte e chiara come il rumore di un torrente, le scende nel cuore: “Ti sei rivolta al mio servo Francesco, ma io non ho voluto mandarti altro nunzio. Io sono lo Spirito Santo, che venni in te per concederti consolazione quale mai hai provata. E verrò con te, stando in te, fino alla chiesa di S. Francesco, perché nessuno lo sappia. Voglio venire parlando con te lungo questa via, né cesserò mai di parlarti, e tu non potrai fare altro, perché io ti ho rapita. Non mi allontanerò da te finché non sarai entrata per la seconda volta nella chiesa di S. Francesco. Solo allora ti lascerò, ma giammai in avvenire mi allontanerò da te, se mi ami” (III, 35-42).
E’ la prima volta che Angela ascolta la voce del Dio invisibile in modo così chiaro, perciò si sente immediatamente catturata dalle invisibili trame dell’amore di Dio.
E un nuovo Cantico dei Cantici fiorisce tra i vigneti e i campi dell’Umbria, ancora profumata dalla presenza spirituale di Francesco: “Figlia a me cara, figlia mia, gioia mia, tempio mio; figlia mia, amore mio, amami perché sei molto amata da me, più di quanto tu mi ami. Figlia e sposa mia dolce. Ti amo più di ogni altra creatura che sia nella valle spoletina. E poiché io ho trovato dimora e rifugio in te, tu ora vieni a dimorare in me e riposa in me” (III, 43-47).
Benché tutta pervasa di ebbrezza divina, l’anima di Angela è attraversata dal dubbio e dal sospetto che sia lo spirito del male che è venuto a tentarla e osa gridare: “Se tu fossi lo Spirito Santo, non mi diresti queste parole, ché non è giusto; sono infatti una creatura debole e potrei averne vanagloria” (III, 52-54).
La risposta non si fa attendere: “Prova a pensare se di queste cose tu puoi mai trarne vanagloria con cui tu possa insuperbirti e uscire fuori da queste parole, se puoi” (III, 57). Angela accetta la sfida e comincia a pensare le cose più strane ed anche peccaminose per sottrarsi alle strette dell’invisibile, ma sono tutti i suoi peccati che le si presentano; cerca di distrarsi guardando i vigneti e le altre cose, per sfuggire a quelle parole, ma dovunque guardi, la voce le ripete: “Questa è cre-atura mia”.
Il dialogo mistico così si annoda e si snoda con lotte apparenti e cedimenti all’amore; sembrano le stesse espressioni che si ripetono, ma la felicità che suscitano è sempre nuova. “Io sono colui che è stato crocifisso per te, colui che ha avuto fame e sete per te; sono io che ho sparso il mio sangue per te, tanto ti ho amata” (III, 65-67). “Io sono lo Spirito Santo”: “E’ tutta la SS. Trinità che parla con Angela, che gioca con la sua creatura in un gioco stupendo d’amore. Dio prima rapisce l’anima e poi gioca con essa. Il gioco, si sa, è bello quando i due giocatori sono dello stesso valore o quasi. Siccome però la distanza tra Dio e l’anima è infinita, il primo ‘impegno’ di Dio è nell’elevare l’anima alla sua altezza, quasi deificandola; ma anche questo ‘lavoro’ di Dio fa parte del gioco. Ma è proprio vero che una creatura possa pretendere di parlare a tu per tu con l’Onnipotente? Angela non riesce a crederlo e, piena di dubbi, esclama: “Se tu fossi lo Spirito Santo e fossi tu a dire tali cose, l’anima mia dovrebbe provarne una tale letizia da esserne incapace a sostenerla” (III, 71-73).
La voce, dopo averle ricordato che per molto meno qualcun altro (leggi san Paolo) era caduto a terra, non vedendo e non udendo più, le dichiara espressamente: “Non lo faccio per i tuoi meriti”. Se fossi venuta con persone diverse da queste, non ti avrei fatto tali cose” (III, 81-82). Infatti i suoi compagni, pur cominciando ad accorgersi di qualcosa di strano nel comportamento di Angela, re-stano discretamente da parte e non la importunano con domande oziose quando lei rallenta il passo. Per la dolcezza che prova, “vorrebbe che quella strada non finisse per tutto il tempo del mondo” (III, 84). Lo Spirito Santo, cioè l’Amore del Padre e del Figlio, invade tutte le potenze dell’anima di An-gela e fa strada con lei (“voglio venir parlando con te lungo questa via”) e non la lascia un istante fino alla chiesa di S. Francesco in Assisi.
’Così ti terrò stretta...’
Dopo aver fatto visita alla tomba di Francesco ed aver spiritualmente colloquiato con lui, An¬gela con i suoi compagni sale le scale che la portano alla basilica superiore.
E’ uno spettacolo unico al mondo: non si sa se ammirare di più la snella architettura fatta di fasci di leggerissime colonne che dal pavimento si innalzano per metri e metri fino a riunirsi insieme nelle volte azzurre, come il cielo di notte, o gli stupendi affreschi di Giotto che si snodano senza interruzione lungo le pareti della chiesa per raccontare a tutti la mirabile vita di Francesco d’Assisi.
Il colloquio con l’Eterno qui diventa più facile, sembra naturale. Angela, incantata dall’armonia del luogo, alza lo sguardo verso l’alto e, fissando la prima vetrata a sinistra dell’ingresso, viene colpita dalla visione del Cristo che stringe al petto Francesco, pre-sentato come una fedele immagine di Cristo (“Alter Christus”).
In un attimo la sua anima è rapita e, nell’estasi, lei ascolta una voce ormai familiare: “Così ti terrò stretta e molto più che tu possa vedere con gli occhi del corpo, figlia mia cara, mio tempio, mia diletta” (III, 97-98). E vede venire verso di sé una “Cosa” piena, una maestà immensa della quale non si può dire altro che era il sommo bene, il sommo amore, che la ricolma di ineffabile felicità. Subito però la voce riprende a parlare: “Figlia mia cara, mio tempio, mia delizia, ora è venuto il momento che io ti lasci, ma non ti abbandonerò mai, se tu mi amerai”. E mentre la divina presenza si allontana lentamente, con indicibile soavità, a poco a poco, Angela scoppia in alte grida e senza ritegno urla: “Amore non conosciuto, perché mi abbandoni? Amore non conosciuto, perché, per-ché, perché?” (III, 110-113).
La folla presente ed alcuni frati, già insospettiti dai movimenti strani di prima, le si fanno più da vicino e cercano di calmarla, ma dalla sua bocca non escono che urla e grida scomposte. Angela ar¬rossisce di vergogna, ma non si sa contenere e con tutto il fiato che ha in gola, rivolta verso l’alto, grida ancora una volta: “Amore, amore, amore, perché?”, e si abbatte a terra esausta co¬me investita da una folgore.
Le persone che hanno assistito alla scena vengono prese da un misto di pietà e di sacro terrore e, senza rendersene conto pienamente, intuiscono che qualcosa di soprannaturale sta acca¬dendo sotto i loro occhi. Solo un frate si tiene in disparte durante questa scena, visibilmente sdegnato per l’accaduto e soprattutto per la vergogna che prova per Angela, sua parente.
E’ frate Arnaldo, trasfe-rito da qualche tempo nel convento di Assisi da quello di Foligno, ove aveva ascoltato la prima, ve-ra confessione di Angela. Si chiede cosa sia successo durante la sua assenza, perché la scena alla quale ha assistito è chiaro sintomo di isterismo femminile e pazzia! Si fa coraggio e avvicinandosi ad Angela l’apostrofa malamente e ordina ai suoi accompagnatori di riportarsela via e di non accompagnarla mai più in Assisi.
Angela torna a casa per la stessa strada, ma con una nostalgia del Dio Uno e Trino che non l’abbandonerà per tutta la vita. La sua esistenza ormai sarà una ricerca continua di quella realtà che per un attimo l’aveva riempita, ma che poi era sgusciata via lasciandole un vuoto che nessuna creatura e nessuna felicità umana avrebbero mai potuto colmare.
p. Domenico Alfonsi